Di fronte alla crisi evidente del processo di integrazione europea, oggi non servono gli appelli ai grandi ideali dell’europeismo, né i richiami al rischio che ciascun Paese europeo, da solo, sarebbe condannato all’irrilevanza nella nuova situazione dell’economia mondiale. Non trovando nell’Europa la risposta ai propri problemi, è quasi inevitabile che i paesi europei si ripieghino su sé stessi.

È avvenuto così per l’immigrazione, dove i Paesi che costituiscono la frontiera est e sud dell’Europa, lasciati soli a fronteggiare questo flusso ininterrotto di profughi dalle carestie e dalle guerre, sono costretti a improvvisare soluzioni ciascuno per sé. Lo stesso sta avvenendo per la sicurezza. All’indomani degli attentati di Parigi, la Francia ha invocato un articolo del Trattato di Lisbona che prevedé una risposta comune dell’Unione a un attacco subìto da uno dei suoi membri. Le reazioni all’appello del governo francese sono state freddissime, al di là delle solidarietà di circostanza. E le più fredde sono quelle dell’Italia e della Germania, cioè dei Paesi che, con la Francia, nelle speranze di alcuni, dovrebbero costituire una specie di nocciolo duro dell’Europa. Così, lasciata sola, la Francia è costretta a cercare le sue alleanze altrove e le trova nella Inghilterra che ha un piede fuori dell’uscio dell’Unione Europea e nella Russia che, per un folto gruppo di paesi europei, costituisce il nemico e la minaccia più visibile.
Ecco perché la crisi dell’Europa sta riportando in essere il tema della sovranità nazionale. In questi anni le istituzioni europee sono apparse debolissime ed incapaci di parlare con voce propria. Strette fra le posizioni contrastanti dei paesi membri, esse non trovano più un ubi consistam.

Ma questa debolezza delle istituzioni europee genera una pressione delle opinioni pubbliche nazionali sui governi affinché essi’diano risposte nazionali a problemi che appaiono altrimenti insolubili. In sostanza la disunione dell’Europa porta con sé l’indebolimento delle istituzioni europee ed esso a sua volta facilita ed alimenta le risposte divergenti dei Paesi membri.
Dato questo quadro da dove si può e si deve ripartire? L’elemento di maggiore divisione in questi anni, prima che si acutizzassero i problemi dell’immigrazione e che scoppiasse con la violenza degli ultimi avvenimenti il tema della sicurezza dal terrorismo, è stata la politica economica.

Nelle opinioni pubbliche europee di tutti i Paesi, tranne quelle della Germania e di alcuni dei suoi vicini, si è avuta l’impressione che l’Europa volesse imporre ai Paesi membri l’adozione di politiche economiche che ponevano come obiettivo assoluto il risanamento finanziario e non tenevano conto delle conseguenze e dei riflessi che quelle politiche avevano sulle condizioni materiali di vita di milioni di persone che perdevano il lavoro e contemporaneamente vedevano ridotte le tutele sociali mentre aumentavano le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Nessuno ha saputo spiegare perché non si poteva mettere insieme il debito pubblico dei Paesi europei, o almeno una parte di esso, in maniera da consentire di diluire nel tempo l’opera di risanamento. Neppure quando organismi internazionali come il Fondo Monetario hanno concluso che quelle politiche erano state troppo rigide, l’Europa si è resa disponibile a cercare delle strade meno impervie dal punto di vista sociale.
È avvenuto che le opinioni pubbliche in alcuni Paesi si siano ribellate dando mandato ai loro governi di abbandonare la strada dell’austerità.

La risposta europea è stata di mettere in un angolo quei governi e costringerli a una resa senza condizioni, come è avvenuto in Grecia e come potrebbe avvenire domani in Portogallo.

Altri Paesi si sono piegati senza combattere, ma la loro credibilità presso l’opinione pubblica ne ha risentito e ne risentirà nelle future elezioni.
Le iniziative della Bee certificano che la politica economica europea è sbagliata. La Bee ha inondato i mercati di liquidità, ma la ripresa non acquista consistenza. Evidentemente da s.ola la politica monetaria non basta. Serve uno stimolo della domanda che a su’a volta può essere alimentato solo.da una politica fiscale espansiva. Se l’Europa non vuole che i singoli Paesi adottino politiche fiscali espansive, allora deve farlo lei con un piano di dimensioni adeguate da mettere in atto rapidamente. Oppure meglio, così come essa si orienta a consentire di sforare i limiti di Maastricht per le spese della sicurezza, così potrebbe autorizzare delle eccedenze di spessa per il finanziamento di investimenti pubblici per esempio nel campo delle infrastrutture di cui l’Europa (e l’Italia) hanno assoluto bisogno.

Se non tutti i Paesi membri sono d’accordo, e non è affatto detto che lo siano, la Commissione europea deve sapersi assumere le proprie responsabilità; deve presentare un progetto coraggioso e se esso non riceve il consenso dei governi deve dare le dimissioni denunciando la paralisi dell’Europa. È la sola strada che appare possibile per cercare di arrestare la progressiva disintegrazione dell’Europa. Ma è quella che ridarebbe una speranza ed una prospettiva al processo di integrazione europea.

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