A quarant’anni dal tragico rapimento di Aldo Moro sono stati rievocati quei giorni in libri, documentari televisivo ed interviste. Hanno suscitato polemiche alcune dichiarazioni di ex-brigatisti.

Noi vogliamo ricordare quei momenti mettendo sul sito della Fondazione il discorso che Ugo La Malfa pronunciò alla Camera nel corso del dibattito sulla fiducia al governo dell’on. Andreotti che era fissato proprio nella mattina in cui Aldo Moro venne rapito e che si decise di svolgere, nonostante la notizia del tragico avvenimento.

E’ un discorso severo, che suscitò molte polemiche perché fissava non solo la linea della fermezza che poi venne seguita dai maggiori partiti nel corso di quelle tragiche settimane,ma perché proponeva che lo Stato democratico reagisse a una dichiarazione di guerra fatta dai brigatisti con una propria dichiarazione di guerra, con tutte le implicazioni che ciò avrebbe comportato. Il discorso di Ugo La Malfa indicava una visione dei compiti e delle responsabilità delle classi dirigenti di uno Stato democratico che forse andava oltre le capacità e le aspirazioni delle forze politiche che allora predominavano nella vita del Paese, la DC e il Partito Comunista, ma che rappresentava il contributo che la tradizione democratica, che aveva trovato la sua più piena incarnazione durante gli anni della guerra nel Partito d’Azione, poteva dare alla vita pubblica dell’Italia.

In molte delle prese di posizione e degli articoli di questi giorni abbiamo notato una riconsiderazione negativa della linea della fermezza che allora venne tenuta sul caso Moro. Il discorso di Ugo La Malfa è anche  la risposta più netta  a queste  revisioni storiche.

 

Trascrizione del discorso:

Camera dei Deputati – Seduta di giovedì 16 marzo 1978
E’ iscritto a parlare l’onorevole Ugo La Malfa. Ne ha facoltà.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Presidente del Consiglio, abbiamo tutti, credo, la consapevolezza di vivere l’ora più drammatica della nostra Repubblica. Dopo aver sacrificato decine di vite di cittadini che compivano il loro dovere (forze dell’ordine, magistrati, avvocati, giornalisti) queste bande di terroristi sono arrivate al vertice della nostra vita politica democratica. Con Aldo Moro essi, questi banditi, non hanno colpito soltanto il presidente della democrazia cristiana, ma hanno colpito anche un uomo che, per le sue elevate qualità morali ed intellettuali, per il suo saper guardare lontano, per saper vedere le luci e le ombre della nostra vita democratica, per aver saputo misurare il passato e prevedere l’avvenire, rappresenta appunto il vertice del nostro impegno democratico, la sostanza stessa della nostra dialettica. D’altra parte, onorevoli colleghi, pensiamoci bene: dove avrebbero potuto mirare con più efficacia le bande terroristiche? Che cosa potevano colpire più in là di quello che hanno colpito? Ci siamo resi conto di ciò? Non c’è un altro traguardo da raggiungere. Il traguardo cui si mirava per colpire lo Stato è stato raggiunto. A me pare di poter dire che c’è quasi l’espressione di un tragico dileggio nei nostri confronti; proprio una sfida sfrontata. Quasi si sconta la nostra impotenza, quasi si prevede il nostro vaniloquio. Credo che a questo occorra reagire. Guai a pronunciare discorsi di circostanza, perché questa non è una circostanza. Si è dichiarata guerra allo Stato, si è proclamata la guerra allo Stato democratico. Ma lo Stato democratico risponde con dichiarazione di guerra. E non parlo così – come è stato detto questa mattina – perché sono stato preso dai nervi, ma perché conosco i rischi e i pericoli della vita politica. Una democrazia cui si rivolge una sfida di guerra non risponde con proclamazioni di pace. Quante volte, onorevoli colleghi, in questi giorni ho pensato a Monaco!

Ricordate per quanti anni Monaco è stata l’emblema della debolezza e dell’impotenza della democrazia ? Ci si è riscattati da questo giudizio con milioni di morti. Ebbene, onorevoli colleghi, qualche volta ho l’impressione che stiamo vivendo una terribile Monaco interna; quasi non ci accorgiamo più di nulla. Salta l’economia, saltano le finanze, salta l’ordine pubblico, si uccidono magistrati, avvocati, poliziotti, saltano i vertici della vita democratica; e noi siamo qui a discutere della fiducia al Governo. E un po’ poco onorevoli colleghi. La mia vecchia esperienza e la mia vecchia età mi fanno dire che nessuno può proteggere noi, anche se cittadini che fanno il loro dovere pagano la nostra protezione; nessuno può proteggere noi. E forse noi abbiamo bisogno di essere protetti. I reggitori dello Stato non hanno bisogno di essere protetti. Certo è che noi abbiamo troppo rischiato per irridere a questa minaccia. Continueremo a circolare ma se nessuno può proteggere noi, noi con le nostre leggi, possiamo proteggere tutti, e questo è il nostro dovere di legislatori (Applausi) .

Nessuno, ripeto, può proteggere i reggitori dello Stato, ma l’ultimo dei cittadini ha diritto alla nostra protezione, e questo deve essere il nostro impegno. A situazioni di emergenza debbono corrispondere provvedimenti di emergenza; altrimenti, questa emergenza finisce per diventare nient’altro che un luogo comune, e non serve che a riempirci la bocca.

Onorevole Presidente del Consiglio, noi voteremo la fiducia al suo Governo, ma nel contempo la preghiamo, in un momento così grave, così difficile e così tormentato della nostra vita democratica, in un momento in cui il mondo intero guarda a noi ed in cui abbiamo vista allontanare da noi una delle più alte figure della nostra vita democratica e – consentitemi di dire – un amico personale, la preghiamo, dicevo, onorevole Presidente del Consiglio, di riunire i segretari dei partiti per trovare il modo di fare quel che è necessario, perché i cittadini hanno diritto alla nostra protezione e devono sentirci presenti. Facciamo alfine il nostro dovere, con fermezza, con autorità, con determinazione.

 


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