Fulvio Coltorti, che è stato fino al 2015 direttore dell’Area studi di Mediobanca, ha dato una lunga e bella intervista, ora pubblicata in un libro, sulla sua esperienza a stretto contatto con Enrico Cuccia e con Vincenzo Maranghi. Come è noto, nata nel 1946 su iniziativa di Raffaele Mattioli e con un capitale sottoscritto dalle tre banche dell’Iri, Comit, Credito e Banco di Roma, Mediobanca divenne in poco meno di venti anni il crocevia essenziale di tutte le maggiori operazioni di investimenti e di riassetto del sistema industriale italiano e da allora essa è stata per vari decenni il vero centro del potere finanziario in Italia. Intorno a questo potere di Cuccia sono fiorite molte leggende e si sono consolidati alcuni pregiudizi alimentati dal clima di segretezza che, per volere di Cuccia che si diceva “allergico” alle interviste e alle pubbliche dichiarazioni, ha sempre circondato la banca.

La testimonianza di Coltorti consente di decodificare buona parte di questi pretesi segreti e di spiegare che il successo di Mediobanca si spiega essenzialmente con la lungimiranza del progetto iniziale e con la personalità, davvero notevole, di Cuccia. Una di queste leggende riguarda i collegamenti internazionali, che furono uno dei punti di forza della Mediobanca di Cuccia e in particolare quelli con André Meyer, il famoso banchiere di Lazard. Ogni tanto rispunta la storia che all’origine di questo rapporto vi fossero vicende misteriose della Seconda guerra mondiale. Si è letto che Cuccia e Meyer si sarebbero incontrati a Lisbona nel 1942 nel corso del viaggio che Cuccia fece per consegnare a George Kennan, il grande diplomatico americano, un documento del partito d’Azione per mettere in guardia gli alleati contro il tentativo della monarchia di salvare se stessa liberandosi di Mussolini. Altri ha scritto che l’incontro sarebbe nato nell’immediato dopoguerra a seguito di un patto fra Mattioli e De Gasperi, sancito dagli americani, per cui alla DC spettava la guida politica dell’Italia del dopoguerra, ai laici la guida della finanza. Coltorti spiega che Cuccia e Meyer si conobbero solo nel 1955 quando Mediobanca decise di aprire il proprio capitale ad alcune banche straniere e che la forza di Mediobanca nacque da una clausola degli accordi che prevedeva per Mediobanca un diritto «di first refusal grazie al quale ciascuna delle banche coinvolte si dichiarava disposta a condividere con Mediobanca gli affari che avrebbero interessato l’Italia»(p.9).

Un secondo punto sul quale l’intervista di Coltorti dà un chiarimento essenziale è sulla questione del rapporto fra Cuccia e le grandi famiglie del capitalismo. Mediobanca è stata dipinta come il luogo dove venivano protetti gli interessi delle grandi famiglie del capitalismo, spesso a scapito dei piccoli azionisti. Coltorti spiega che a interessare Cuccia non era il destino delle famiglie, ma la stabilità degli assetti di controllo delle grandi imprese, un problema che esiste in tutti i grandi Paesi europei e che questo era il tema di fondo delle soluzioni che di volta in volta Mediobanca elaborava. Mediobanca faceva in Italia – dice Coltorti – quello che fa in Germania la Deutsche Bank e in Francia fanno la Caisse de Depots, Paris-bas e così via. Rimane l’interrogativo di fondo: Mediobanca è stata una banca pubblica o una banca privata? Nell’interesse di chi è stata amministrata Mediobanca – secondo la domanda polemica che una volta Raffaele Mattioli rivolse a Cuccia? Che cosa ha distinto Mediobanca dal resto del sistema bancario italiano oltre che nei risultati (si pensi che l’intero settore degli Istituti a medio e lungo termine, con l’eccezione di Mediobanca, è stato travolto dalla crisi ed assorbito dalle banche di credito ordinario), nella filosofia operativa? Questi interrogativi sono riassunti, come ricorda Coltorti, in una domanda posta a Cuccia dal Senatore Napoleone Colajanni nel corso di un’audizione presso la Commissione Bilancio del Senato nel 1978. «Nel lavoro che svolge – chiese Colajanni – lei si considera un uomo pubblico o un uomo privato?». Ed incalzato da Colajanni a rispondere, Cuccia disse: «Sono per così dire un centauro, metà uomo e metà cavallo. Scelga lei qual è il pubblico e qual è il privato». L’impressione che si trae dall’intervista di Coltorti è che in fondo Cuccia considerasse Mediobanca un ente finanziario del settore pubblico, come era stato l’Iri degli anni Trenta e sé stesso come un civil servant, come erano stati Beneduce e Menichella. Un ente pubblico chiamato a sostenere lo sviluppo dell’economia nazionale e a rafforzare quindi le imprese private nella loro capacità di fare investimenti. Ma, nello stesso tempo, un ente pubblico capace di resistere al rischio della mainmise del potere politico.

E quando Cuccia, alla fine degli anni Settanta, concluse che gli appetiti del mondo politico erano praticamente inarrestabili, perché l’Iri era ormai infeudato alla Dc e la stessa Banca d’Italia, sotto attacco, non era più in grado di difendere l’autonomia delle banche, ne seguì la decisione di battersi per portare la banca nel settore privato. Ma dall’intervista di Coltorti si direbbe che Cuccia non lasciò volentieri il settore pubblico per il settore privato. Lo fece costretto da un’evoluzione politica che non lasciava speranze, non perché ritenesse il settore privato in sé migliore dal punto di vista della lungimiranza delle scelte in rapporto ai problemi della società italiana. Forse questa è l’interpretazione che bisognerebbe dare della Mediobanca di Enrico Cuccia: un’entità di tipo pubblicistico, guidata da una nozione dell’interesse comune più che dell’interesse privato, affidata a un civil servant che diffidava dei possibili difetti del sistema pubblico e se ne teneva quanto più possibile lontano. La prima domanda che l’intervistatore rivolge a Coltorti è che cosa è stata la Mediobanca di Cuccia. E Coltorti risponde che è stata «un centro di grandi competenze finanziarie al servizio delle imprese», ma poi aggiunge «un luogo inimitabile per il piacere di lavorarvi». Inimitabile? Che cosa lo rendeva tale? Probabilmente il senso che dava ai suoi dipendenti che essi erano impegnati in un compito di interesse pubblico, condotto con uno stile e un rigore che il settore pubblico tendeva a non avere. Ecco perché l’esperienza di Mediobanca è stata e rimane un unicum nel panorama italiano.

Il libro qui recensito di Fulvio Coltorti, «La Mediobanca di Cuccia», a cura di Giorgio Giovannetti (Giappichelli, Torino, pagg. 128, 14 euro), sarà presentato a Roma al Cenacolo della Fondazione Ugo La Malfa (via di Sant’Anna, 13), giovedì 28 settembre alle 18. Ne parleranno Giorgio La Malfa, Stefano Micossi e Marco Panara. Saranno presenti Fulvio Coltorti e Giorgio Giovannetti

 


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