È una specie di ultimo Jedi della spesa allegra. E poco importa che John Maynard Keynes, gigante del pensiero economico del Novecento, vedesse come il fumo agli occhi debito e deficit (per il bilancio pubblico di parte corrente prescriveva il pareggio) e considerasse utile una spesa in disavanzo solo e unicamente per gli investimenti.

Ai neofiti del keynesismo d’assalto si potrebbe tuttavia utilmente donare, come strenna di Natale, un grazioso libretto appena pubblicato dalla Fondazione Ugo La Malfa: un testo del regista di Bretton Woods mai tradotto prima in italiano, dedicato al ruolo del Tesoro britannico. In questo intervento, datato 1921, Keynes spiega come sia assolutamente indispensabile che il governo disponga di una sede nella quale le proposte di spesa dei vari ministeri vengano sottoposte a un vaglio critico, confrontate e inquadrate nel contesto complessivo della finanza pubblica.

Per usare le sue parole: «In un certo senso vi è quasi sempre una buona ragione per spendere. A volte, neppure troppo di rado, vengono avanzate proposte inconsistenti, ma più spesso si tratta invece di proposte abbastanza serie, delle quali si può dire un gran bene, specialmente se considerate isolatamente».

Senonché, aggiunge Keynes, quella particolare spesa dovrà essere valutata considerando l’altra faccia della medaglia, cioè quali spese diventeranno impossibili e quale sarà «il gravame che porrà a carico della comunità». Di conseguenza, conclude l’economista, quel ministero, il cui compito è valutare le proposte di altri ministeri «deve essere dotato di tutte le armi possibili e immaginabili». Deve esistere, cioè, un Tesoro che possa dire dei no e che sia abbastanza forte da poterli dire per alcuni tipi di spesa. Serve quindi che vi sia autorevolezza e indipendenza. E serve che queste virtù siano protette, dice Keynes.

È, come si vede, una lettura estremamente utile soprattutto in un’epoca in cui, magari per un riflesso automatico, si tende a considerare i tecnici, le autorità indipendenti, gli alti gradi della burocrazia che non si adeguano automaticamente agli orientamenti politici della maggioranza, come una specie di grilli parlanti, non legittimati a fare il loro dovere perché non eletti. Se gli attuali policy maker avessero letto Keynes, forse ci saremmo risparmiati lo spread sopra i 300 punti o la rude interlocuzione con l’Europa, rispetto alla quale solo un provvidenziale recupero in extremis del buon senso ci può salvare dall’infrazione per deficit eccessivo e dalle sue nefaste conseguenze.

Va detto, però, che lo stesso grande economista inglese riconosce che quel compito di autorità centrale del controllo della spesa pubblica spettante in primo luogo al Tesoro ne fa, di per sé, un ministero impopolare. Oggi diremmo “impopulista”.

 


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