Cari amici,
rifletteranno le due forze di governo sugli errori commessi? O presi dal panico di dover ammettere di avere commesso degli sbagli insisteranno che tutto è andato secondo i loro desideri e le loro previsioni? Le reazioni di ieri sia del leader della Lega che di Di Maio sembrano andare in questo secondo senso. Ma in Salvini appariva evidente una delusione e forse una preoccupazione. Ancora più netta è la sensazione che Giorgetti capisca che lungo questa strada c’è solo la prospettiva di un insuccesso.

Risulterà sempre più evidente con il passare dei giorni che le istituzioni europee hanno inflitto una vera umiliazione al governo “sovranista.” Dopo la Grecia, l’Italia. Ma in questo caso la battaglia è stata persa ancor prima di combatterla. 

Giorgio La Malfa

Per misurare la portata della disfatta del Governo nel primo confronto ravvicinato con l’Europa è sufficiente rileggere qualche punto del Def presentato al Parlamento il 27 settembre scorso. “L’obiettivo primario della politica economica del Governo – si leggeva nel documento – è di promuovere una ripresa vigorosa dell’economia italiana (…)”

“…puntando su un incremento adeguato della produttività del sistema paese e del suo potenziale di crescita e, allo stesso tempo, di conseguire una maggiore resilienza rispetto alla congiuntura e al peggioramento del quadro economico internazionale”. In particolare il Governo si poneva “l’obiettivo di ridurre sensibilmente entro i primi due anni della legislatura il divario di crescita rispetto all’eurozona e in tal modo assicurare la diminuzione costante del rapporto debito/PIL in direzione dell’obiettivo stabilito dai trattati europei” e si spiegava che “il rilancio degli investimenti è uno strumento essenziale per perseguire obiettivi di sviluppo economico sostenibile e socialmente inclusivo”.

In numeri questo si concretizzava in una previsione di crescita per il 2019 non inferiore all’1,5% rispetto all’1,1% senza la manovra e in un deficit del 2,4%. Era una strategia possibile se la si fosse spiegata all’Europa e la si fosse sostanziata di investimenti. Invece le scorse settimane sono trascorse fra dichiarazioni bellicose dei due vicepremier contro l’Europa. Poi, con la stessa subitaneità con cui erano andati all’assalto, è venuta la capitolazione. Così si è tornati a quel 2 per cento che da settembre si sapeva la Commissione poteva accettare. Ma qui i due partiti di maggioranza hanno imposto il secondo errore. Si sarebbe potuta salvare la crescita del reddito riducendo le spese correnti ed aumentando le spese di investimento. Invece, si è scelto di aumentare le tasse e di tagliare ancora gli investimenti.

Il governo stesso riconosce che l’esito è disastroso: una crescita nel 2019 addirittura inferiore a quella che si sarebbe avuta se il governo non avesse fatto nulla. Ma i due partiti proclamano che hanno rispettato gli impegni elettorali. In realtà anche questo bilancio è destinato essere rivisto perché l’Italia è avviata a una crisi di finanza pubblica. Forse ai due leader converrebbe una riflessione politica prima di procedere ulteriormente.

 


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