Sud, 265 aziende oltre la crisi: «Competitive come al Nord»

Che «piccolo è bello» non è più un valore sul piano strettamente economico lo si sapeva. E che a uscire meglio dalla crisi sono state al Sud non solo le grandi imprese industriali ma anche quelle di medie dimensioni (meno di 250 dipendenti e fatturati non superiori ai 40 milioni, almeno secondo la classificazione più comune) era anche questo in gran parte noto.



Ma che avessero recuperato un livello di competitività pari a quello delle aziende omologhe del centro-nord è decisamente un fattore di novità. Anche perché, come spiega la settima edizione del «Rapporto sulle imprese industriali del Mezzogiorno», curato dalla Fondazione Ugo La Malfa in collaborazione con Mediobanca e Matching Energies, presentato ieri nella Sala Siani del Mattino, non si tratta di un exploit occasionale. L’incidenza del costo del lavoro sul valore aggiunto è infatti ormai la stessa tra le due aree del Paese, con una crescita dei livelli di produttività superiore persino alla media nazionale (25% contro 21%).



Il guaio è che questa tipologia di imprese, che ha beneficiato di una forte spinta dell’export, è ancora minoritaria rispetto al resto del Paese. A fine 2017 se ne contavano al Sud appena 265 sulle 3.376 esistenti in Italia, con un calo del 27% rispetto al 2008, l’anno di inizio della recessione. Chi ce l’ha fatta, insomma, è uscito dal tunnel più forte e attrezzato di prima. Ma intanto, come evidenzia l’economista Paolo Savona, è cambiato lo scenario territoriale di riferimento e non è una notizia piacevole: non tutte le regioni del Mezzogiorno hanno saputo intercettare la ripresa o comunque adeguarsi alla crisi, oggi esistono realtà molto diverse tra di loro, con Campania e Puglia assai più avanti di tutte le altre e con la prima in grado di vantare persino una bilancia dei pagamenti in equilibrio. C’è un nuovo dualismo con il quale bisogna fare i conti ben sapendo che la crescita è indispensabile ma che in via prioritaria occorre organizzare le condizioni migliori «perché essa non produca solo innovazione ma anche occupazione», avverte l’ex ministro dell’Industria, convinto che tocca anche agli intellettuali affrontare la questione.



«È da qui che bisogna partire dice Giorgio La Malfa, presidente della Fondazione intitolata al padre durante la presentazione del Rapporto, coordinata dal direttore del Mattino, Alessandro Barbano per indicare nuovi obiettivi di politica economica per il Mezzogiorno alle istituzioni e al nuovo governo di cui c’è assoluto bisogno. Di fronte al malessere per le precarie condizioni economiche di vasta parte di questo territorio e al dramma della disoccupazione giovanile dobbiamo pensare, ad esempio, a favorire l’apertura al Sud di maggiori succursali delle grandi aziende del Settentrione, garantendo loro il normale accesso alle infrastrutture della comunicazione e bloccando le interferenze dell’illegalità, della politica e della burocrazia».

 


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