Difficile immaginare  un modo più disordinato e dannoso per l’Italia di procedere alla definizione della legge di bilancio. Il giudizio, che speravamo di non dover dare, vale per il ministro dell’Economia e per i due partiti della coalizione che, cessata l’artificiosa euforia di queste ore, si accorgeranno del guaio in cui hanno cacciato il Paese e di cui in borsa si sono avuti i prodromi.

Se il ministro dell’Economia, che istituzionalmente è l’interprete  della linea di politica economica del governo presso gli altri paesi, le istituzioni internazionali, i mercati, dichiara che  vi è una linea  del Piave  superando la quale è a rischio la stabilità  finanziaria del paese, questa linea deve difenderla fino in fondo. Può accettare un aggiustamento marginale di qualche decimale, ma non un deficit di circa 15 miliardi di euro più elevato. Questo non è un aggiustamento, è un’altra politica.

Che dirà ora  il professor Tria agli interlocutori? Che si  è convinto delle  decisioni prese? E allora di che linea del Piave parlava? Quando Bruxelles contesterà le decisioni italiane – cosa abbastanza inevitabile per il modo in cui si è proceduto – Tria difenderà soluzioni cui era indisponibile fino a cinque minuti prima? O  finirà per  alimentare i dubbi sulla sostenibilità di quello che l’Italia ha deciso?

Ancor più grave è il giudizio sul merito delle scelte del Governo. I numeri di Maastricht non sono il Vangelo. Se il governo avesse approvato  un serio programma di investimenti si poteva andare a Bruxelles o a Francoforte a spiegare la linea e si poteva sperare che i mercati avrebbero reagito senza pregiudizi negativi.

Ma nelle decisioni di ieri non c’è una lira di nuovi investimenti.  Ci sono spese correnti ingentissime, misure che renderanno più precari i conti dell’INPS e un gigantesco condono fiscale che, come in passato, incoraggerà l’evasione. Altro che nuova politica: è la ripetizione delle vecchie politiche di spese clientelari che hanno  accompagnato il dopoguerra e hanno lasciato in eredità poca crescita e molto debito pubblico.
Non è il nuovo che avanza: è il vecchio che si ripete.  E i guai non si faranno attendere.

Giorgio la Malfa
 


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