Un Draghi piuttosto sereno si è presentato ieri alla Conferenza stampa che segue le riunioni mensili del Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea. Il suo messaggio è stato che la politica di forte espansione monetaria lanciata dalla BCE all’inizio del 2015 ha funzionato e sta funzionando. In tutta l’area dell’euro – ha detto – si registra una ripresa economica, mentre la crescita dei prezzi sta andando, seppure lentamente, verso l’’obiettivo di un aumento vicino al 2 per cento per anno che costituisce l’’obiettivo della BCE. Dunque per ora nulla cambia nella politica monetaria, né i tassi di interesse né la politica di acquisti mensili di titoli di Stato decisa nel 2015. Ripetendo la sostanza di un discorso da lui tenuto a Sintra il 27 giugno scorso nell’’annuale Forum sulle banche centrali ha detto che la BCE deve continuare nella politica attuale con fiducia nell’efficacia delle misure prese, con costanza nel perseguirle e con prudenza nel senso di essere pronti a modificarle secondo le necessità entro un qualche tempo.

Ai giornalisti che premevano per sapere se vi saranno, in autunno, modifiche nella politica di acquisti di titoli di Stato e nel livello dei tassi di interesse, si è limitato a dire che in autunno si esamineranno attentamente i dati e si comincerà a discutere di queste cose. Ha anche detto, con evidente soddisfazione, che le decisioni del Consiglio erano state adottate all’unanimità, indicando così che sarebbe venuta meno la tradizionale ostilità tedesca alle sue politiche. In realtà, non è affatto chiaro se ciò avviene perché i tedeschi si sono convinti che la politica è giusta o perché si aspettano comunque che essa potrà essere cambiata a partire dall’’autunno, o infine perché sanno che, comunque, si avvicina la fine del mandato di Draghi con la concreta possibilità di mettere al suo posto un Presidente di orientamento diverso o opposto.

Quella di Draghi è certamente una lettura legittima della storia di questo periodo, tenendo conto che egli ha dovuto adottare le decisioni più difficili con dei voti contrari politicamente molto pesanti. Ma è tutta qui la vicenda di questi anni? Davvero non si poteva e non si doveva fare altro? Nel discorso di Sintra Draghi ha ammesso, en passant, che le decisioni della BCE del 2015 furono motivate anche dal pericolo che vi potessero essere dei fenomeni di isteresi e cioè, fuori dal gergo degli economisti, che vi era il rischio che la crisi economica si avvitasse su sé stessa e che le fabbriche e gli opifici chiusi non solo non riaprissero, ma che provocassero una tale ondata di pessimismo da provocare un’ulteriore avvitamento della crisi. Che è poi quello che è successo in Italia, dove aldilà dell’ottimismo di maniera su una crescita dell’1 e qualcosa per cento, siamo ben lontani dai livelli produttivi e di reddito del 2007 e dal tasso di disoccupazione di quegli anni.

In realtà la storia di questo periodo in Europa si può raccontare in maniera molto diversa da come la espone la BCE e di conseguenza può essere considerata quantomeno tardiva la svolta politica della Banca Centrale nel 2015. Guardando al passato si può osservare che la crisi nell’’area dell’euro è stata più profonda che in altri paesi sviluppati perché la BCE ha tardato per troppo tempo a seguire le politiche monetarie più coraggiose sperimentate negli Stati Uniti, in Giappone e in altri paesi e che si è atteso troppo per lanciare il quantitative easing . Si è anche sottovalutato per troppo tempo il danno di un cambio dell’euro troppo elevato. Quanto alla situazione attuale, non vi sono motivi di compiacimento: i segni di ripresa ci sono, ma è ancora una ripresa debole in tutta l’eurozona – particolarmente debole in paesi come l’Italia. Questo mette in luce la fondamentale debolezza istituzionale della costruzione della moneta unica che non viene meno solo perché la congiuntura va un po’ meglio.

Come è possibile ancora pensare e che un’area di circa quattrocento milioni di abitanti abbia solo la politica monetaria per condurre la politica economica? E che senso ha, per di più, che questa politica economica sia dominata dall’’ossessione dell’inflazione, anche quando i prezzi mondiali crollano e i prezzi interni scendono? Nei vecchi manuali militari si leggeva che i cannoni dovessero essere in numero almeno pari agli obiettivi. In Europa con il solo cannone della BCE si dovrebbe raggiungere l’obiettivo della crescita e quello della stabilità dei prezzi? Non solo manca, e se ne sono pagate e se ne pagano le conseguenze, lo strumento delle politiche di bilancio, ma addirittura si insiste in ogni occasione, piegandosi a una temperie culturale dannosissima, che il solo compito dei governi sia di ritirarsi in buon ordine e rinunciare a qualsiasi politica economica.

Ed infine, guardando al futuro. La BCE può essere soddisfatta del lento avvicinamento a una situazione economica più soddisfacente, ma pur non considerando le risorse perdute in questi anni di crisi, non è detto che vi sia il tempo di aspettare che la ripresa si consolidi prima di eventuale nuova fase di minore crescita mondiale. Anche se possiamo sperare che un’eventuale crisi non abbia le dimensioni terribili che ebbe nel 2007-2008 la crisi partita dal sistema bancario americano, chi ci assicura che non intervenga presto una nuova fase di recessione prima di avere pienamente recuperato il terreno perduto finora? Per questo bisognerebbe avere obiettivi e traguardi più ambiziosi. Le banche centrali sono conservatrici per cultura e forse per necessità. Non è quindi nelle loro corde loro affrontare per tempo questi problemi. Tocca all’’azione politica ed il paradosso è di pensare di costruire l’unione dell’Europa sulla cancellazione dell’’azione collettiva. Può darsi che negli sessanta o settanta del novecento ci si sia illusi che le politiche economiche dei governi potessero e dovessero risolvere ogni problema. Ma da qui all’estremo opposto di una sostanziale rassegnazione per le condizioni della disoccupazione, degli squilibri nella distribuzione dei redditi, nella povertà, ce ne passa. E sarebbe ora di sottrarsi a questa acquiescenza.

 


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