Non si può non avere un senso di sollievo per il miglioramento dei dati della congiuntura economica italiana. Dopo anni di diminuzione del reddito e di aumento della disoccupazione, finalmente ci sono segni positivi di ripresa della produzione industriale.
C’è addirittura un andamento migliore delle previsioni ufficiali degli scorsi mesi. L’Italia potrebbe finire il 2017 con una crescita del reddito compresa fra l’1 e il’5 per cento.
È meno di quello che fanno gli altri Paesi dell’area dell’euro, per non parlare di altri paesi europei fuori dalla zona euro e degli Stati Uniti. Comunque è un segnale positivo.
Cerchiamo però di capire da dove arriva il miglioramento, a che cosa è dovuto. Quel tanto di ripresa che c’è, è il frutto della (tardiva) decisione della Banca Centrale Europea a partire dall’inizio del 2015, di inondare il mercato di liquidità attraverso il cosiddetto Quantitative Easing.

Gli effetti diretti di questa espansione monetaria sulla domanda di credito per investimenti e per consumi è stata modesta in tutta l’eurozona e trascurabile in Italia.
Quello che ha funzionato, invece, è l’effetto di tutta questa liquidità sui tassi di cambio dell’euro rispetto al dollaro ed alle altre maggiori valute.
Nel 2015 l’euro è sceso di oltre trenta punti rispetto al dollaro e di conseguenza è aumentata la competitività delle merci europee ed italiane sui mercati internazionali. Così sono potute ripartire le esportazioni, anche se questa ripresa poggia su una base produttiva severamente ridotta dalla lunga crisi post-2007 e dalla decisione delle autorità europee di imporre ovunque il taglio dei deficit pubblici proprio nel momento nel quale, venendo meno la domanda privata, essi sarebbero stati indispensabili. Gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi prima e meglio dell’Europa perché hanno sommato una politica di bilancio fortemente espansiva a una politica monetaria dello stesso segno.

L’eurozona ha avuto solo questa seconda parte che, da sola, è assai meno efficace.
Tra l’altro sul Corriere della Sera di ieri,un osservatore attento come Federico Fubini ha segnalato che il dollaro sta scendendo e l’euro ricomincia a salire, tant’è che le nostre esportazioni negli ultimi mesi avrebbero subito un certo rallentamento.
Dunque, poiché le cose stanno così è inutile che le autorità di governo rivendichino come un proprio merito il miglioramento della congiuntura italiana. Per due motivi: in primo luogo perché i risultati sono troppo modesti per consentire un qualunque autocompiacimento. Ricordiamo che nel 2007 la disoccupazione italiana era al 7 percento ed oggi è al meno all’11% e che il reddito pro-capite è ancora molto più basso di allora: non abbiamo ancora recuperato il terreno perduto, la povertà è aumentata, circa il 25 percento della capacità produttiva dell’industria manifatturiera è andato distrutto.

Da questo punto di vista, la dichiarazione di ieri del Presidente del Consiglio, che ha parlato di un inizio incoraggiante, mostra maggiore misura di quelle di altri. In effetti, l’onorevole Gentiloni, non avendo avuto responsabilità diretta nella conduzione della politica economica fino alla fine dello scorso anno, può concentrare la sua attenzione sugli ultimi sei mesi e non su tutto l’arco della legislatura…

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