Novembre 1989, il crollo del muro quella storia scritta dal Cancelliere La sua lezione più attuale: «La politica sempre prima dell’economia»

 

Quando nel 1982 divenne il Cancelliere tedesco, la figura di Helmut Kohl – spentosi ieri a 87 anni, dopo una lunga malattia, nella sua casa a Ludwigshafe “non si stagliava certo nel panorama politico del suo Paese. Certo,sarebbe poi diventato autore della riunificazione tedesca e vero protagonista della storia europea. Ma all’epoca, nel 1982, Kohl era ancora lontano, come immagine e come prestigio, dal vecchio cancelliere tedesco Adenauer che aveva preso in mano, ad oltre 80 anni, la Germania distrutta e sconfitta e l’aveva riportata fra le nazioni civili. Come era distante da Ludwig Erhardt, l’artefice all’inizio degli anni ’50, del miracolo economico tedesco. Non era Willy Brandt che aveva ristabilito i rapporti, con la sua Ostpolitik, con i paesi che più avevano vivi i ricordi dell’invasione tedesca. Né era il socialdemocratico Helmut Schmidt che, pur mantenendo l’apertura verso l’Oriente, aveva avuto il coraggio di decidere di installare in Germania i missili Pershing e Cruise per rispondere alla minaccia da parte dell’Unione Sovietica dei missili a media gettata indirizzati verso le capitali dell ’Europa occidentale. Ed anche in Europa la sua figura era di secondo piano, se posta a confronto con la personalità e la retorica rinascimentale di Francois Mitterrand o la personalità dura e spigolosa di Margareth Thatcher.

No, Kohl dava ed aveva l’immagine di un politico di seconda fila, giunto al potere per l’esaurirsi delle classi dirigenti cristiano democratiche e socialiste del primo trentennio del dopoguerra, destinato a una onesta e poco significativa presenza sulla scena tedesca ed europea – un personaggio di transizione. Ma le qualità degli uomini politici non si possono conoscere se non nelle vive circostanze storiche. E quando nell’estate del 1989 cominciarono ad ammassarsi ai confini dell’Austria i cittadini della Germania orientale che avevano l’impressione che l’Unione Sovietica di Gorbaciov non fosse più in grado di bloccare ogni anelito di libertà e soprattutto quando, inaspettatamente per tutti, ed anche per il governo tedesco, il 9 novembre dello stesso anno, crollò il Muro di Berlino, come fosse un quinta teatrale di cartapesta, Kohl assunse spontaneamente, forse senza che gli altri se ne rendessero conto e forse lui stesso scoprendo in sé qualità di leadership di cui forse non era consapevole, la statura di un vero uomo di Stato, che avrebbe caratterizzato storia tedesca ed europea. L ’Europa non aveva reagito con gioia alla caduta del Muro. Anzi il sentimento più netto che si coglieva in quei giorni era la preoccupazione che la Germania potesse riunirsi. Mitterrand – si legge nelle memorie della Thatcher – le telefonò dicendo che gli scontri fra loro – che erano stati virulenti – dovevano cessare perché nei momenti di pericolo Francia e Inghilterra dovevano essere fianco a fianco.

E il nostro Andreotti rispolverò  una frase di un tempo dicendo che egli amava così tan- to la Germania che era felice ve ne fossero ben due. Mitterrand convocò, per la seconda decade di novembre, un vertice europeo che, nelle sue intenzioni, doveva rallen- tare il più possibile la riunifi- cazione tedesca. Kohl certo non fece polemiche, ma, pri- ma di quel vertice, andò negli Stati Uniti dal presidente Bu- sh e chiese se l’America era favorevole alla riunificazione della Germania e, in caso affermativo, se essa potesse fare da mallevadore con Gorbaciov per cominciare a discutere subito la possibilità della riunificazione. Furono offerti dalla Germania fondi ingenti all’Unione Sovietica per consentire la riunificazione. E quando gli europei, spaventati, si riunirono, Kohl era già andato davanti al Bundestag delineando un programma in dieci punti per l’immediata riunificazione tedesca. Ai lander dell’est egli offrì condizioni finanziarie favorevoli e quando il presidente della Bundesbank mosse delle obiezioni, Kohl gli spiegò semplicemente che la politica veniva prima dell’economia e lo stesso gli disse quando dovette accettare la proposta di Mitterrand di accelerare l’unione monetaria europea, pensando, Mitterrand, che togliendo il marco alla Germania l’avrebbe legata per sempre al carro dell’Europa.

Dopo poco il presidente della Bundesbank se ne andò e dopo altrettanto poco tempo la Germania Ovest inglobò i lander dell’est e si accinse a riversare in es- si una quantità enorme di denaro per rimetterliinpiedi e, per farlo, la Germania non si fece fermare dalla regole di Maastricht o dalle chiacchiere sulla necessità di tenere i bilanci in ordine. Perché Kohl sapeva che la politica, quando affronta problemi seri, non si può far fermare dagli ostacoli dei tecnici o degli eco- nomisti. Poi dopo qualche anno la Germania si era stancata di Kohl e lo mandò a casa in quattro e quattr’otto. Ma Kohl accettò questa sorte con modestia. Del resto, non aveva l’Inghilterra mandato via, a pochi mesi dalla fine della guerra, quel Churchill che aveva saputo salvarla da una sconfitta che appariva allora sostanzialmente inevitabile? E come continuiamo a ricor- dare Churchill, così faranno bene non solo i tedeschi, ma tutti gli europei, a ricordarsi di quest’uomo modesto che però ha saputo servire la politica nel modo più alto, quando il momento lo ha chiamato.

 


Archivio

Diritti riservati

© 2011 Giorgio La Malfa - info@giorgiolamalfa.it

Developed by Cleverage