Cari amici,
per non riproporre lo schema tradizionale dei rapporti con l’Europa con i cattivi risultati di questi anni, il Governo potrebbe partire dagli obiettivi di sviluppo e dedurre da queste cifre gli andamenti di bilancio. Se lo facesse la discussione autunnale potrebbe avere un altro respiro rispetto al passato.

Molto cordialmente
Giorgio La Malfa

Caro direttore, gli osservatori scrivono che alla ripresa autunnale si vedrà nella stesura del bilancio dello Stato quanta parte dei programmi economici delle due forze di governo riuscirà a sopravvivere alla tagliola dei vincoli europei e si interrogano come farà il ministro dell’Economia a districarsi fra le richieste della sua maggioranza e gli impegni di Bruxelles. Questa procedura sarebbe la ripetizione esatta di quello che è avvenuto ogni anno da molto tempo a questa parte. C’è un’altra strada? C’è. A condizione che a percorrerla sia il presidente del Consiglio con una propria iniziativa che costituisca la cornice entro la quale collocare la preparazione del bilancio dello Stato e la trattativa con l’Europa. Dunque una strada da percorrere ora, in anticipo rispetto alla fase autunnale in cui dovranno essere definiti i documenti finanziari.

Il documento dovrebbe partire non dai vincoli, come è stato in tutti questi anni, ma dai traguardi economici che il governo Conte vuole raggiungere. Esso indicherebbe con chiarezza un obiettivo di crescita del Reddito Nazionale italiano nel prossimo triennio ovviamente superiore a quello che tendenzialmente indicano le stime attuali. Dovrebbe trattarsi di numeri più ambiziosi di quelli di questi anni, ma realistici dal punto di vista delle capacità produttive del Paese. Partendo da questo dato, il documento dovrebbe passare in rassegna gli strumenti che possono essere impiegati per perseguire il risultato: la legislazione senza costi che possa essere utile, gli incentivi specifici alla crescita degli investimenti privati (magari quelli messi a punto dal governo precedente laddove abbiano funzionato) e infine gli oneri da porre inevitabilmente a carico del bilancio o come riduzioni di prelievo o come aumenti di spesa con attenzione particolare agli investimenti del settore pubblico e alle possibili fonti di cofinanziamento europeo.

Da questo esercizio che indicherebbe un percorso di medio periodo nel quale il governo sarebbe impegnato si ricaverebbe una cifra finale per quanto riguarda il deficit pubblico. Questa è la cifra che dovrebbe essere confrontata con il percorso che l’Europa si attende dall’Italia. E al ministro dell’Economia spetterebbe il compito di illustrare in Europa la fattibilità del programma ed eventualmente di individuare un obiettivo più modesto qualora solo quest’ultimo risultasse compatibile con gli impegni europei.

Questo documento è l’unico strumento mediante il quale il governo può mettere un certo ordine nella discussione fra le impostazioni obiettivamente diverse di Salvini da una parte, con la sua insistenza sulla riduzione del prelievo fiscale, e di Di Maio con la sua insistenza sui trasferimenti a favore delle famiglie e dei ceti più deboli, e collocarla in un quadro europeo. Così si preparerebbe una sessione di bilancio qualitativamente diversa dal passato. La svolta che Lega e 5 Stelle hanno invocato prima delle elezioni e che ora sono chiamati a produrre nella politica economica non consiste nell’ignorare gli impegni europei, anche perché qualsiasi dichiarazione troppo avventata in questa direzione prima ancora delle reazioni di Bruxelles potrebbe ripercuotersi sui mercati finanziari, come giustamente teme il sottosegretario Giorgetti. È invece impostare diversamente la politica economica e cercare con Bruxelles un’intesa su queste nuove basi. Poiché in realtà tutti sanno, a Roma, come a Bruxelles o a Francoforte, che il rapporto fra il debito pubblico e il Pil può migliorare soltanto se la crescita è più forte, è da qui che bisogna prendere le mosse. È su questo che va fissata l’attenzione, cercando le misure che meno incidano sul deficit, ma sapendo che forse può essere necessario un aumento provvisorio del deficit per stimolare una crescita più forte e recuperare per quella via gli introiti fiscali che farebbero migliorare il bilancio. Può darsi che questo entri in conflitto con gli obiettivi europei, ma è anche possibile che invece emerga una compatibilità quasi inaspettata.

Questo a me sembra il solo modo di evitare che il governo Conte divenga una semplice copia del governo Renzi e che Tria divenga l’esatta replica di Padoan, con le stesse stucchevoli ipotesi di sostituirlo e la constatazione che i ministri dell’Economia sono di fatto insostituibili e con la conclusione già vista in questi anni e cioè che alla fine non vi sarebbe né un serio e fondato programma di sviluppo, né un rientro nei tempi e nella misura voluti dall’Europa. I governi degli ultimi anni non hanno mai pensato di guardare le cose in questi termini. O forse non hanno osato farlo. Se non percorre questa strada un governo che ha l’ambizione di dare una risposta ai problemi e alle insoddisfazione degli italiani, chi mai lo farà?

 


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