Cari amici, 
avevo scritto lunedì scorso un articolo sul Corriere nel quale invitavo il Presidente del Consiglio a prendere l’iniziativa di far precedere la preparazione del bilancio dello Stato in autunno con un documento di impostazione economica generale. Il documento avrebbe dovuto specificare obiettivi di crescita più ambiziosi di quelli che prefigurava l’impostazione del Governo precedente e, ovviamente, più elevati di quelli attualmente previsti.  Per la realizzazione di quei traguardi il Governo avrebbe dovuto esplorare tutte le “riforme senza spese o senza aggravio del deficit” e dedurre in via residuale l’eventuale aumento del deficit pubblico necessario  a quei fini. Questo dato finale sarebbe dovuto essere ciò che il ministro dell’economia portava a Bruxelles in vista dei negoziati di autunno. Era una sfida lanciata al nuovo Governo ad individuare una strada nuova e diversa rispetto al passato.
Mercoledì Paolo Cottarelli e Giampaolo Galli hanno scritto un commento sempre sul Corriere. Non hanno ritenuto di discutere quell’impostazione. Si sono limitati a dire che i deficit di bilancio sono del tutti inutili. Anzi, hanno  precisamente scritto che un “semplice esempio numerico” dimostrava (!!) che una politica di deficit spending, appena si interrompe, fa tornare il reddito al basso livello del primo giorno, con un debito pubblico non solo più alto, ma tendenzialmente crescente.
Sono rimasto sorpreso anche perché se questo loro argomento fosse stato fondato, probabilmente Friedman o Hayek, che per tutta la vita avevano cercato antidoti al pernicioso  diffondersi delle idee di Keynes, vi si sarebbero imbattuti prima di loro. Poi mi sono reso conto che “nel loro esempio aritmetico” si erano dimenticati di un dettaglio: e cioè   che l’aumento del reddito provoca un aumento degli introiti fiscali e quindi un miglioramento, a parità di altre condizioni, del debito e che quindi anche quando si interrompe la politica del deficit, la situazione non è detto che sia quella iniziale, ma può essere senz’altro migliore.
Per cui ho scritto quanto sopra nell’articolo che vi allego. Ma nello stesso tempo ho cercato di riportare l’attenzione sulla proposta che avevo fatto al Presidente del Consiglio e che costituisce una vera sfida per il Governo e per la maggioranza. 
A me sembra che l’atteggiamento che si può definire alla “Alesina e Giavazzi” di esprimere la preoccupazione per i rischi finanziari dell’Italia e naturalmente così scrivendo sul maggiore giornale italiano, alimentare dubbi e perplessità sul nostro futuro, è inaccettabile. Comunque non è il mio. Esso nasconde  il desiderio  di una bella crisi finanziaria, come quella che travolse Berlusconi, che consenta di rimettere in piedi qualche soluzione provvisoria convalidata dal consenso esterno. Personalmente preferisco mettere alla prova il Governo attuale riservandomi ovviamente il diritto e il dovere di criticarlo se si adagia sul passato. 
Mi scuso se vi infliggo una così lunga lettura in un  tempo  di vacanze.
Con viva cordialità
Giorgio La Malfa
Caro direttore, l’intervento di Cottarelli e Galli (sul Corriere di mercoledì 1 agosto) contiene un errore evidente. Il punto è questo: essi asseriscono che gli effetti positivi di un deficit di bilancio sono transitori e destinati a lasciare le cose peggio di come stavano. Il loro esempio numerico è teso a dimostrarlo: nell’anno in cui aumenta il deficit, cresce il debito, ma — scrivono — «è possibile che l’aumento del Pil sia tale da sopravanzare quello del debito», cosicché, per quell’anno, il reddito è più alto e il rapporto debito-Pil migliora. Ma l’anno dopo, o si fa un ulteriore deficit, oppure il reddito torna dov’era con un debito accresciuto per effetto del deficit dell’anno prima. Ergo, meglio non farne nulla.

Il problema è che nel loro argomento Cottarelli e Galli si sono dimenticati che quando il reddito aumenta lo Stato incassa delle imposte che compensano in parte, in tutto o più che in tutto, l’aumento del debito dovuto al deficit. Questo effetto indubitabile dipende da un lato da quanto cresce il reddito, cioè dal moltiplicatore (di cui Cottarelli e Galli ammettono l’esistenza), dall’altro dalla pressione fiscale. Per esempio un moltiplicatore del 2,5 e una pressione fiscale come quella italiana del 42% circa darebbero un risultato positivo per il reddito, per il rapporto debito-Pil e per il deficit. Cosicché, anche immaginando a un certo punto di interrompere la politica di deficit spending, il rapporto debito-Pil non sarebbe necessariamente peggiore. Questo è il loro errore. Sfugge loro inoltre che una manovra di deficit spending stimola permanentemente il processo di crescita, attraverso il miglioramento delle aspettative delle famiglie e delle imprese, e quindi dei consumi e degli investimenti privati. Nella fase di normalizzazione dell’economia, questi sostituiranno il deficit e sarà possibile fare austerità di bilancio senza deprimere l’economia. Questa è l’essenza della politica keynesiana che ha dimostrato la sua efficacia sotto tutte le latitudini.

Queste precisazioni servono a eliminare l’equivoco in cui i miei due cortesi contraddittori sono caduti. Torno ora al punto sollevato nel mio articolo (del 30 luglio). Se Cottarelli e Galli avessero scritto che il deficit può stimolare la crescita ma che in un Paese con un debito pubblico elevato questo comporta dei rischi, avrebbero dato un contributo utile. Io stesso ho scritto che nel fissare l’obiettivo di un maggiore tasso di crescita dell’Italia il governo dovrebbe dare priorità a interventi che non comportano un aumento del deficit e solo infine ricavare la cifra del disavanzo da discutere con l’Europa. Negli scorsi anni sono state sperimentate le altre politiche possibili, il severo rientro dal deficit con il governo Monti, il rientro a ritmi più moderati con i tre governi dell’ultima legislatura. Sono fallite ambedue: l’Italia è cresciuta poco e si è aggravato il rapporto debito-Pil. Bisogna affrontare con l’Europa il problema nei suoi esatti termini, senza fughe in avanti (tipo «ignoriamo i vincoli europei») ma neppure nascondendosi la necessità di un percorso di rientro dal debito agevolato da una politica di sostegno alla crescita. L’Europa ci aiuterà se condizionerà il suo assenso al fatto che il deficit spending italiano abbia una vera qualità. Ma è cruciale che il governo si dimostri all’altezza di una sfida di non poco conto. Questa sarebbe la vera novità.

 


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