Cari amici,
ho scritto ieri un articolo sul Mattino di Napoli a proposito delle ormai imminenti elezioni europee. Bisognerebbe avere la forza di proporre 3 posizioni sull’Europa evitando di limitare il dibattito a due sole posizioni:  fra chi vuole l’Europa com’è e chi promette di restituire agli Stati nazionali la sovranità perduta. Insomma bisogna evitare il fronte repubblicano di Macron le cui dichiarazioni di qualche giorno fa contro Salvini  mi sono sembrate poco assennate to say the least e le analoghe idee che circolano in Italia. Se in campo restano solo due posizioni – Salvini e Macron – alla lunga vinceranno i nazionalisti. Se le posizione sono tre, allora la battaglia può essere vinta.
La terza posizione dovrebbe essere critica sull’Europa come è oggi, specialmente sulla moneta unica che è – ripeto una cosa che ho detto molte volte e che molti dei miei amici non condividono – un errore catastrofico compiuto lungo la strada dell’integrazione europea. Ma deve difendere il processo di avvicinamento progressivo dei popoli europei che è il miracolo del secondo dopoguerra. Per salvare quest’ultimo che è storicamente quello che impedirà il ritorno dei nazionalismi bisogna sacrificare la moneta unica. La ragione di questa conclusione è che come diceva Ciampi così come è oggi la moneta è zoppa, ma vi è una divergenza totale fra gli Stati membri su che cosa voglia dire andare avanti. Per alcuni vuol dire più condivisione e più strumenti di azione comune; per gli altri – fra cui in primis la Germania – vuol dire più regole che facciano sì che non venga richiesta e non divenga necessaria alcuna condivisione. Come si può trovare una strada comune per fare un passo in avanti in queste condizioni?
Molto cordialmente 
Giorgio La Malfa

Nelle elezioni europee 2019 lo scontro sarà fra due sole posizioni: chi non intende cambiare nulla di sostanziale nell’organizzazione Ue e chi invece promette che il recupero di poteri per gli Stati nazionali sarà la soluzione dei problemi più sentiti, dall’immigrazoine all’economia.

Se l’esito complessivo può essere incerto, la tendenza di fondo no.

Può darsi cioè che i partiti tradizionali i Cristiano democratici, i socialdemocratici e qualche altro riescano ancora a mantenere una maggioranza (più risicata) dei seggi e possano eleggere una Commissione Europea in continuità con l’attuale. Ma i partiti nazionalisti avranno un grande successo. E se non vinceranno nel 2019 metteranno le basi per molte vittorie a livello nazionale e per uno sconquasso finale dell’Unione Europea nel 2024.

Sui no dell’Europa, sulla negazione di qualsiasi proposta di cambiamento che preveda maggiore solidarietà fra i paesi dell’Unione e sull’imposizione di maggiori regole e vincoli, come è nei documenti elaborati congiuntamente dalla Francia e dalla Germania sulla riforma dell’euro, la prospettiva è la sconfitta. Ancor più se poi si prendono gli atteggiamenti inutilmente gladiatori del presidente Macron.

L’unica speranza e l’unica possibilità di dare luogo a un esito elettorale diverso è quello di articolare di più le posizioni. Di evitare la semplificazione estrema che esista solo l’Europa così com’è, oppure gli Stati nazionali. Bisogna offrire agli elettori una terza posizione nettamente distinta dall’una come dall’altra delle due versioni estreme che oggi sui confrontano. Una posizione che probabilmente avrebbe ancora nell’elettorato europeo una maggioranza di consensi, se venisse formulata in modo serio e credibile, magari da forze politiche non compromesse con il passato. In Italia che interesse ha il Movimento 5 stelle a porsi al seguito della Lega di Salvini? Non sarebbe meglio che cercasse una posizione propria?

La terza posizione dovrebbe avere la forza di presentare le due pozioni che oggi si scontrano per quello che sono: posizioni estreme destinate a danneggiare l’Europa, perché la prima l’Europa dei vincoli non può reggere e la seconda il ritorno agli Stati nazionali condannerebbe all’irrilevanza un intero continente.

La terza posizione deve partire dalla riaffermazione del valore che ha avuto l’integrazione europea per l’Europa. Affermare che dobbiamo a questo processo il consolidamento della democrazia nei molti paesi che uscivano da regimi dittatoriali – la Germania, l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia. Ricordare che l’integrazione europea ha consentito 40 anni di progresso economico sostanzialmente ininterrotto, ha provocato lo smantellamento dei regimi comunisti nell’Europa centrale ed orientale e il ritorno alla libertà per quei paesi.

Ma essa deve anche riconoscere che, nel corso di questo processo di integrazione pensato perché alla fine sboccasse nella nascita di uno stato federale, a un certo punto è stato commesso un errore che ha compromesso il disegno dei padri fondatori. L’errore è stata la creazione in anticipo sull’unione politica della Unione Monetaria Europea. L’errore è stato l’euro perché esso doveva poggiare per non essere zoppo come diceva un europeista come Carlo Azeglio Ciampi, – sull’unione politica dei paesi europei e quindi su un governo federale e un sistema elettorale che lasciasse ai cittadini la possibilità di scegliere le politiche economiche che essi volevano. Poiché questo non c’era e non ci sarà, la moneta alimenta gli squilibri economici e provoca i sospetti e i risentimenti politici.

La moneta unica, così come è stata pensata, è stato uno sbaglio perché essa richiedeva e richiederebbe una solidarietà sostanziale fra i paesi che ne fanno parte che non vi potrà essere. Fare un passo in avanti sulla moneta unica vuol dire per alcuni paesi che si creino meccanismi di solidarietà più forti comuni politiche a favore della crescita, meccanismi comuni di sostegno nelle crisi bancarie, azioni comuni contro la speculazione finanziaria che investa uno dei paesi membri. Ma per altri paesi e in primis la Germania vuol dire – come ha scritto Carlo Bastasin sul 24 Ore ridurre i rischi di coinvolgimento di un paese nelle vicende e nelle difficoltà degli altri e quindi mettere regole più severe nella gestione dell’economia.

Dunque il nodo è la moneta unica. Se si vuole creare una terza posizione che si frapponga fra i due opposti estremismi di chi non vuol andare avanti e di chi vuole andare indietro bisogna dire con chiarezza che si prende atto che l’Unione Monetaria va ripensata dalle fondamenta poiché i paesi membri dell’Unione Monetaria hanno visioni radicalmente opposte di quello che significa un passo in avanti.

La terza posizione deve assumere l’impegno di trovare il modo di allentare il vincolo monetario mentre si conferma il vincolo politico. Bisogna fare in modo di tranquillizzare i tedeschi che non saranno chiamati a pagare i debiti altrui, ma nello stesso tempo bisogna consentire che un paese possa fare una politica di sostegno della crescita e dell’occupazione senza passare per dei vincoli europei senza contropartite. Non si può promettere un passo in avanti per l’Unione Monetaria perché la direzione di marcia della Germania e dei Paesi a lei vicini è in direzione opposta a quella in cui altri paesi avrebbero bisogno ci si incamminasse. Dunque bisogna allentare i vincoli monetari. Bisogna studiare il modo, in contropartita di minori impegni di solidarietà, di concedere una maggiore possibilità per i singoli paesi di fare politiche economiche indipendenti.

Questo è il nodo, difficile, ma non impossibile da sciogliere.

Su una piattaforma di questo genere si può salvare la costruzione europea ed evitare che essa venga travolta dal voto degli elettori. Non è facile e non c’è molto tempo. Ma è la sola strada che si può intravvedere per salvare la costruzione europea in quello di buono e di essenziale che essa ha dato: il superamento delle storiche, centenarie ostilità che separavano i nostri paesi. Oggi assistiamo alla rinascita di questi stereotipi di cui speravamo di esserci liberati per sempre. E ciò sta avvenendo per errori politici commessi che bisognerebbe quantomeno evitare di aggravare.

 


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